L’alba sul massiccio del Monte Rosa ha quella luce tagliente che si trova solo sopra i tremila metri, quando l’aria è ancora troppo fredda per l’afa e il sole non ha ancora iniziato a mordere la neve. Val d’Ayas. Parto da Saint-Jacques poco dopo le sette, con lo zaino leggero e la sensazione, ormai tristemente familiare a chi frequenta questi luoghi da anni, di camminare in un paesaggio che non è più quello che ricordavo.
Il sentiero per il Mezzalama si inerpica lento tra i larici, e lì, attorno ai 2.200 metri, incontro Aldo, una guida alpina della zona che conosco di vista, seduto su un masso a fare colazione.
«Bella giornata per salire» mi dice, offrendomi un pezzo di pane. «Peccato per quello che si vede intorno.»
«In che senso?» chiedo, sedendomi accanto a lui.
«Guarda qui» risponde, indicando un cespuglio basso e coriaceo che cresce proprio a bordo sentiero. «Questo è rododendro. Vent’anni fa lo trovavi a duemila metri, non oltre. Oggi lo vedi tranquillamente a 2.400, a volte anche più in alto.»
«E quest’anno poi» aggiunge, ripiegando il tovagliolo, «è un’annata da record. Hai letto niente sui bollettini glaciologici?»
Scuoto la testa, incuriosito.
«Un disastro» continua Aldo, con l’espressione di chi ha visto troppe stagioni per stupirsi ma non abbastanza per rassegnarsi. «Primavera secca, poi ondate di calore da fine maggio che non si erano mai viste. I ghiacciai sono già in bilancio negativo, a metà estate. Un collega mi ha mandato foto del Rocciamelone, verso il Moncenisio, e del Ciardoney sul Gran Paradiso: spogli, senza più un fiocco di neve residua dell’inverno scorso, nemmeno alle quote più alte. Niente alimentazione, e tutta quella roccia scura che assorbe il sole come una lastra di ferro rovente.»
«E qui al Verra come siamo messi?» domando.
«Peggio di quanto vorrei ammettere» risponde, alzandosi e sistemando lo zaino. «Torino e Parma hanno appena registrato il periodo primo giugno-quindici luglio più caldo delle loro serie storiche secolari. Quasi ventisette gradi di media a Torino, oltre ventisette a Parma — più di mezzo grado sopra il record precedente, quello del 2003, che pensavamo fosse un’anomalia irripetibile. E invece.» aggiungo portando il mio disappunto.
Ci salutiamo. Riprendo il cammino da solo poco dopo, ma le sue parole mi restano in testa, e comincio a guardare la vegetazione, e anche il cielo terso e implacabile, con occhi diversi.
Attorno ai 2.300 metri il sentiero si apre su un pianoro dove, tra le rocce, crescono ciuffi isolati di larice — piccoli, contorti dal vento, ma innegabilmente vivi in un punto dove la memoria botanica alpina li vorrebbe assenti.
Un pastore che scende con il suo gregge, si ferma a scambiare due parole.
«Lei lo sa che qui, fino a qualche anno fa, non c’era niente?» dice, indicando i piccoli larici. «Solo pascolo e rocce. Adesso il bosco sta risalendo, un metro alla volta, ogni stagione.»
«E il pascolo ne risente?» domando.
«Eccome» risponde, scuotendo la testa. «Le mucche devono andare sempre più su per trovare erba buona. E quest’anno l’erba si è seccata prima del solito, con questo caldo fuori misura. Anche là, cambia tutto. Prima c’erano solo le erbe alpine resistenti, adesso spuntano piante che prima vedevo solo in basso.»
«Dicono che la prossima settimana arrivi aria più fresca da Nord» aggiungo, ricordando le parole di Aldo.
«Meno male» sospira Giovanni. «Ma ormai il danno per i ghiacciai è fatto. Due mesi di fusione ancora davanti, con questa base di partenza… a settembre sentiremo notizie pesanti, vedrà.»
Saluto Giovanni e continuo, osservando ora con maggiore attenzione ogni cambiamento nella vegetazione.
Noto sul mio taccuino :
- Genziane e stelle alpine, che invece di essere isolate come mi aspettavo, crescono mescolate a specie più basse che non ricordavo di aver visto a quella quota in passato;
- Ontano verde, arbusto tipicamente di mezza montagna, che forma macchie dense fino quasi ai 2.400 metri;
- Muschi e licheni sulle rocce appena liberate dal ghiaccio, primi colonizzatori di un terreno che pochi decenni fa era ancora sepolto sotto il nevaio perenne.
L’incontro con la glaciologa
È proprio in quella zona di rocce levigate, poco sotto il rifugio, che incontro Elena, una ricercatrice che sta effettuando rilevamenti con un piccolo GPS differenziale.
«Sta studiando il ghiacciaio?» le chiedo, incuriosito dall’attrezzatura.
«Sto studiando quello che resta del ghiacciaio» risponde con un sorriso amaro. «E quest’anno c’è poco da studiare in positivo, mi creda.»
«Ho sentito parlare di un’estate da record» dico.
«Da record negativo, purtroppo» conferma, indicando con un gesto ampio il paesaggio circostante. «Guardi questa lingua residua: a giugno c’era ancora un discreto manto nevoso a protezione del ghiaccio vivo. Oggi, a metà luglio, siamo già al ghiaccio nudo, esposto direttamente alla radiazione. Significa fusione diretta, senza nessun “cuscinetto” stagionale a rallentarla.»
Mi indica un piccolo lembo di terreno, apparentemente arido, dove si intravedono minuscole rosette verdi.
«Questa è Saxifraga oppositifolia» spiega. «Una delle prime piante a colonizzare i terreni post glaciali. Ma la cosa sorprendente è la velocità: dove vent’anni fa c’era solo ghiaccio, oggi troviamo già comunità vegetali complesse. La successione ecologica che normalmente richiederebbe secoli si sta comprimendo in pochi decenni. Ed è un processo che quest’estate, paradossalmente, accelera ancora di più: più ghiaccio si perde, più terreno si libera, più velocemente arriva la vegetazione pioniera.»
«È un bene o un male?» domando, sinceramente incerto.
«Dipende dal punto di vista» risponde, alzandosi e sistemando lo zaino. «Dal punto di vista della biodiversità in sé, nuova vita che colonizza roccia nuda non è negativo. Ma il problema è la velocità e la causa: stiamo assistendo a uno spostamento generale degli ecosistemi verso l’alto, e le specie che vivevano già sulle cime non hanno più spazio dove andare. È una compressione verso l’alto che, alla fine, può portare all’estinzione locale delle specie più prettamente alpine. E con annate come questa, il processo non fa che accelerare. Tra un mese e mezzo avremo il bilancio glaciologico completo della stagione, ma temo già di sapere cosa dirà.»
L’arrivo al rifugio
Il Mezzalama appare all’improvviso, dopo l’ultimo tornante, con la sua sagoma familiare contro il grigio delle morene. Il gestore, un uomo di poche parole che gestisce la struttura da oltre vent’anni, mi accoglie sorseggiando un caffè caldo.
«Lo vede quel pendio?» dice, indicando un versante dove la vegetazione appare a chiazze irregolari, un mosaico di verde e roccia grigia. «Dieci anni fa era tutto ghiaccio o nevaio permanente. Oggi crescono già piccoli cespugli, in mezzo ai detriti. E quest’anno il ghiaccio si sta ritirando più veloce che mai. Non ho mai visto un giugno-luglio così caldo in tutti gli anni che sono qui.»
Mi siedo sulla terrazza, con il massiccio del Monte Rosa che domina il panorama, e osservo per l’ultima volta quella linea invisibile ma innegabile: il confine tra ciò che è vegetazione e ciò che è ancora roccia nuda, ghiaccio, memoria di un paesaggio che cambia sotto i nostri occhi, un metro alla volta, una stagione dopo l’altra, con un’urgenza che quest’estate del 2026 rende più evidente che mai.
Scendendo, nel pomeriggio, ripenso alle parole di Elena e di Aldo: la montagna non sta semplicemente perdendo ghiaccio. Sta riscrivendo, pagina dopo pagina, l’intera storia della sua vita vegetale, e noi siamo tra i pochi testimoni diretti di questa trasformazione silenziosa ma inarrestabile — una trasformazione che stagioni come questa, tra ondate di calore record e ghiacciai già spogli a metà estate, non fanno che accelerare verso un futuro sempre più vicino.