Il sentiero che non c'è più

L'alba sul Monte Rosa aveva quella luce fredda che ti entra negli occhi e ti sveglia meglio del caffè. Ero uscito presto dal rifugio, ancora un po' intorpidito, masticando l'ultimo pezzo di pane mentre allacciavo gli scarponi fuori dalla porta. Davanti a me c'era la traversata sotto lo Stolemberg — un tratto che nella mia testa era ancora quello di anni fa: regolare, tranquillo, quasi noioso.

L'ho incontrata poco prima dell'attacco del pendio. Zaino minuscolo, gambe magre e nervose, quel passo elastico di chi la montagna non la cammina, la corre. Si è fermata a bere e mi ha squadrato un attimo.

«Vai verso lo Stolemberg?»

«Sì. Perché, c'è qualche problema?»

Ha fatto una mezza smorfia, riavvitando la borraccia. «Dipende cosa intendi per problema. Io sono passata due settimane fa, mi allenavo per il Mezzalama — sono di Borgosesia, lo corro ogni anno. Il sentiero c'era ancora, però... boh. Non mi piaceva. La ghiaia si muoveva sotto i piedi anche solo a correrci sopra.»

«E adesso?»

«Adesso non lo so.» Si è aggiustata lo zaino sulle spalle. «Vediamo insieme, se ti va.»

Non ho detto di sì, non ho detto di no. Ci siamo semplicemente ritrovati a camminare fianco a fianco, come succede in montagna.

Appena attaccato il pendio ho capito. Non era più un sentiero. Era un caos di detriti, blocchi che ballavano al minimo contatto, un versante che sembrava vivo, e non in senso buono.

«Attento lì,» ha detto a un certo punto, indicando col mento una lingua di ghiaia che colava come sabbia in una clessidra. «Teniamoci a destra, sulla roccia. Sembra peggio ma è meglio.»

«Come fai a saperlo?»

«Non lo so.» Ha riso, un po' amara. «Lo annuso. Sono anni che giro su questi versanti. Ma ti dico una cosa: quest'estate, due settimane bastano a cambiare tutto.»

Abbiamo proseguito così, lenti, attentissimi. Una mano tesa qui, un «aspetta, lascia che si assesti» là, prima di caricare il peso su un masso dall'aria bugiarda. A un certo punto le è partito un sasso sotto il piede ed è rimasta ferma dieci secondi buoni, ad ascoltarlo rotolare giù. Nessuno dei due ha commentato.

Dopo una mezz'ora di quel lavoro siamo arrivati a una cengia dove finalmente comparivano le corde fisse. Ci siamo fermati, col fiato corto, e ci siamo voltati a guardare il tratto appena superato. Sembrava impossibile che una volta lì ci passassero le famiglie con i bambini.

«Vedi laggiù?» Ha indicato una vallecola incassata, poco più in basso. «Lì c'era un ghiacciaio. Piccolo, eh, non roba da cartolina. Ma c'era. Io me lo ricordo da ragazzina. Adesso guarda: sassi. Solo sassi.»

«È il permafrost, no? Che si scioglie.»

«Sì, ma la gente pensa sia tipo... ghiaccio in superficie, che si scioglie e amen.» Si è seduta su un masso piatto, e ho capito che la pausa sarebbe stata più lunga del necessario. Il tipo di pausa in cui si parla sul serio. «Invece è terreno ghiacciato dentro. Nelle crepe, nelle fessure della roccia, da decenni, da secoli magari. È il cemento della montagna. Quello che tiene su le pareti.»

«Quindi in pratica la montagna sta in piedi grazie a ghiaccio che nemmeno vediamo.»

«Esatto. E quel ghiaccio se ne sta andando. Non in superficie — in profondità. Il caldo entra piano, centimetro dopo centimetro, anno dopo anno. E dove c'era ghiaccio restano vuoti. La roccia si spacca. Frana.» Ha allargato le braccia verso il pendio da cui eravamo appena usciti, come a dire: hai visto anche tu.

«E qui è peggio che altrove?»

«No, è dappertutto sulle Alpi. Solo che qui lo vedi in faccia, perché sei alto e perché la zona è piena di sensori. Ci sono stazioni che misurano la temperatura dentro la roccia, sai? E negli ultimi vent'anni è salita. La roccia stessa, non l'aria. Fa impressione, se ci pensi.»

Ci ho pensato. Faceva impressione.

«E non è mica solo un problema per noi due che passiamo di qui,» ha continuato. «Rifugi costruiti su terreno che si pensava eterno e che si muove. Piloni degli impianti piantati nel permafrost che cede. Hanno dovuto spostare pure delle stazioni meteo, perché il terreno sotto non reggeva più.»

«E il Mezzalama? Lo sentite, voi che lo correte?»

Stavolta ha riso davvero, ma senza allegria. «Se lo sentiamo? Il tracciato lo rifanno quasi ogni edizione. Dove c'era neve compatta trovi ghiaccio vivo, scoperto, che è tutta un'altra storia sotto i ramponi. Crepacci nuovi dove non c'erano mai stati. Nevai che a luglio sono già spariti, quando una volta duravano fino a settembre. Certe volte cambiano il percorso all'ultimo, perché un passaggio che a giugno andava bene a luglio non va più. Ormai partiamo sapendo di non sapere cosa troveremo.»

«Mi chiedo se la gente se ne renda conto. Quelli che vedono le foto, le cartoline.»

«Ma no.» Ha scosso la testa. «Da lontano la montagna sembra eterna. Bianco, roccia, cielo. Sempre uguale. Ma noi che ci passiamo sopra ogni stagione la vediamo, la differenza. Un nevaio che l'anno scorso c'era e quest'anno no. Un sentiero segnato sulla mappa che non esiste più. E tu sei lì con la cartina in mano che dice una cosa, e la montagna sotto i piedi che ne dice un'altra.»

«È come se stesse invecchiando troppo in fretta.»

Mi ha guardato, e per un attimo ho avuto l'impressione di aver detto qualcosa che lei pensava da tempo. «Sì. È proprio così. E noi continuiamo a usare mappe e relazioni scritte per una montagna che non c'è più. Bisognerebbe cambiare testa, prima che mappe: meno certezze, più occhi aperti, più umiltà.»

Siamo rimasti un momento in silenzio, guardando le corde fisse scendere oltre la cengia. Il vento portava su un odore di pietra fredda.

«Secondo te tra dieci anni si passerà ancora, di qui?» le ho chiesto.

Ha scrollato le spalle, ma non era un gesto leggero. «Fisicamente sì, in qualche modo si passerà sempre. Ma sarà un altro posto, e toccherà impararlo da capo. Tanto la montagna se la cava — cambia forma e va avanti, se ne frega di noi. Il punto è se noi saremo abbastanza svegli da starle dietro senza farci male.»

Si è rimessa lo zaino con un gesto rapido, da gara. «Dai, muoviamoci. Col sole che scalda la roccia, stare fermi qui non è una grande idea. Anche quello, sai — accelera tutto.»

Ho annuito e le sono andato dietro. Due sconosciuti, legati per un tratto dalla stessa attenzione ai piedi e dalla stessa consapevolezza muta: che quella montagna, sotto di noi, stava cambiando più in fretta di quanto nessuno dei due riuscisse davvero a capire.