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Il Geosito “Rocche del Tanaro a Barbaresco”

 nel 50 sito UNESCO Italiano Langhe Roero e Monferrato

 

Descrizione del progetto fotografico

Il Tanaro scorre qui da molto prima che esistesse qualcosa chiamato” Barbaresco”. Le pareti che lo fiancheggiano sulla sponda sinistra non sono semplicemente roccia sedimentaria: sono dodici milioni di anni esposti alla luce, la sezione trasversale di un mare scomparso.

Le Marne di Sant’Agata Fossili sono depositi argilloso-calcarei del Miocene medio, quando l’intera pianura padana era un braccio di mare epicontinentale. Ogni strato visibile nelle pareti è un anno, o dieci, o cento, di sedimentazione lenta sul fondale. Il fiume, erodendo la sponda, ha aperto uno squarcio nel tempo.

Da un drone, il paesaggio rivela la sua geometria nascosta. Le pareti cadono verticali per trenta, quaranta metri sul pelo dell’acqua grigio-verde. Le venature orizzontali degli strati corrono parallele come righe di uno spartito. Tra una fessura e l’altra, gli alberi hanno trovato appiglio: carpini, olmi, qualche fico tipica della vegetazione rupicola che amplifica le fratture, affonda le radici dove la roccia cede, trasforma la geologia in giardino verticale.

In cima alle stesse marne, a pochi metri dal bordo della scarpata, le vigne di Barbaresco. Le radici del nebbiolo affondano nello stesso sedimento marino che il Tanaro sta lentamente restituendo al vuoto. C’è una continuità sotterranea tra la roccia e il vino, tra il fondale miocenico e il bicchiere, una storia che si svolge su scale temporali che l’uomo fatica a contenere in un solo pensiero.

La torre medievale di Barbaresco, visibile in lontananza nelle riprese più aperte, chiude il paesaggio in alto come un punto fermo. Sotto di essa le vigne scendono verso il fiume, geometria umana sovrapposta alla geometria geologica. Il Tanaro piega in una curva ampia, depone una spiaggia sabbiosa sul lato interno del meandro, poi riprende il suo percorso verso ovest. È un paesaggio che si legge a scale diverse e simultanee: quella del millennio nella roccia, quella del secolo nella vigna, quella dell’anno nel fiume che cambia alveo a ogni piena.

Il geosito è riconosciuto per il suo valore scientifico e paesaggistico. Ma visto dall’alto, quello che colpisce è altro: la bellezza fredda e indifferente della materia, la precisione con cui il fiume ha tagliato il paesaggio, la coesistenza — in pochi chilometri quadrati — di tempi così diversi. La roccia che cade. La vigna che cresce. L’acqua che passa.

 

 

 

 

 

 

 

 

Club Unesco di Vignale Monferrato

 Nota sulla tecnica fotografica

 Alberto Maffiotti

Queste immagini sono state realizzate interamente con drone, in volo nei giorni di piena luce primaverile. La scelta non è neutra: il drone consente di abitare quote impossibili all’occhio umano e restituisce al paesaggio la sua struttura profonda, quella che dalla strada o dal sentiero rimane nascosta.

Il lavoro si articola su tre quote distinte, ciascuna con una propria logica visiva. Dall’alto, con le riprese zenitali, il paesaggio si appiattisce in mappa: la roccia bianca affiora tra il verde come pelle sotto i capelli, le stratificazioni diventano impronte digitali, il confine tra geologia e vegetazione si fa astratto. A quota media — le frontali sulle pareti — la marna riprende la sua verticalità architettonica: le lesene di vegetazione che scendono tra i pannelli di roccia, le venature orizzontali degli strati che tagliano il fotogramma come pentagrammi. Dall’alto panoramico — le riprese a grande angolo — il paesaggio si racconta nella sua interezza: il fiume come linea narrativa, la torre di Barbaresco come punto di fuga, le vigne come trama sovrapposta alla geologia.

La luce di mezzogiorno, generalmente ostile alla fotografia di paesaggio, si rivela qui funzionale. Le ombre dure nelle fessure verticali della roccia ne accentuano la tridimensionalità, trasformando ogni cavità in una penombra densa. Le striature orizzontali degli strati miocenici emergono con maggiore contrasto proprio nell’ora in cui tutto il resto appiattirebbe. La foto che rappresenta la parete in semiassonometria con le ombre lunghe che curvano sugli strati concavi — è l’esempio più riuscito di questa intuizione: la luce radente da sinistra rivela la convessità e la concavità di ciascun pannello come non farebbe mai una luce frontale diffusa.

La foto con  il Tanaro con le rapide e il paese sullo sfondo — introduce una novità rispetto ai set precedenti: il fiume non è più specchio immobile ma materia in movimento, superficie che riflette e si increspa. L’increspatura dell’acqua rompe la geometria orizzontale del paesaggio, aggiunge rumore visivo là dove tutto il resto tende alla linearità. È una scelta compositiva coraggiosa: rinunciare alla perfezione speculare per guadagnare in vitalità.

La foto in cui si vede Barbaresco con la torre, le vigne in primo piano, il Tanaro che piega a sinistra è la sintesi visiva dell’intero progetto. In un solo fotogramma convivono tutti gli elementi del racconto: la geologia nelle marne bianche sulla riva, il tempo umano nella torre medievale, il lavoro nella vigna geometrica, la natura nel fiume che scorre indifferente sotto. Nessun elemento prevale sugli altri; tutto è tenuto in equilibrio da una composizione che usa la diagonale del fiume come asse ordinatore.

La foto, con il meandro completo e la spiaggia sabbiosa è quella che più si avvicina a una veduta ottocentesca: la prospettiva aerea, il cielo terso, il paesaggio che si estende fino all’orizzonte nebbioso. È l’immagine che chiude il reportage con un respiro largo, dopo il dettaglio ravvicinato della roccia e la tensione verticale delle pareti.

Un’osservazione tecnica finale: la coerenza cromatica dell’intera raccolta (il verde saturo della vegetazione primaverile, il grigio-bianco della marna, il verde-grigio opaco del Tanaro ) non è casuale. Non c’è in queste foto la tavolozza calda del paesaggio langhe tipicamente “da cartolina”. La scelta di non correggere verso i toni dorati del tramonto restituisce al geosito la sua verità: un luogo bello e austero, indifferente alla seduzione turistica, fedele alla propria natura di archivio geologico.

Biografia del Fotografo Alberto Maffiotti www.albertomaffiotti.it

 

 

 

A cura del Club Unesco di Vignale Monferrato

 www.monferratodegliinfernot.it